L’evidenza dei fatti

Mi chiamo Rita Losa.
Sono sempre stata una persona onesta.
Me lo dicono tutti: amici, parenti, colleghi.

Il mio motto è unico e assoluto: “le parole sono taglienti più d’una lama affilata, mai vanno adoperate per ferire”.
È ovvio, io mi ci attengo scrupolosamente, rispettando il mio prossimo e augurandomi in questo modo di dare l’esempio e fare la differenza.

Ogni occasione è buona per potermi cimentare e dare il mio contributo. E non mento né mi sopravvaluto quando dico che il mio parere viene richiesto perfino dai più scettici.
Perché io sono onesta, l’ho specificato? Sì, nel senso che sono una che dice esattamente le cose come stanno: la realtà oggettiva dei fatti. Fatti tangibili, che potrebbero essere raccontati allo stesso modo da chiunque: perché quando i fatti sono inoppugnabilmente evidenti, nulla può ostacolare la verità.

Non lo faccio per me stessa, ci mancherebbe, lo faccio per i posteri, affinché tutti possano giovare di una opinione pulita, candida, scevra da ogni qualsivoglia tara.

L’apporto prezioso che regalo alla comunità è frutto di sincera partecipazione… e no, non ho mai chiesto nulla in cambio. Dare una mano è per me fonte di immenso piacere, soprattutto se esso è mosso dall’incorruttibile forza della morale.

A volte però accade che talune circostanze, taluni individui, ci mettano a dura prova. Anche i più pazienti capiranno a cosa mi riferisco.
Incontri con persone ciniche, superficiali e di certo non votate all’accoglimento del prossimo, che minano alla base tutto ciò per cui una persona come me combatte ogni giorno.

E sono qui oggi proprio per tal motivo: portare testimonianza diretta di quanto il mondo possa a volte essere spietatamente crudele.

Il fatto è questo.
Erano giorni che sentivo parlare i miei amici di questa nuova panetteria in centro.
“Quanto sono buoni i croissant all’amarena!” mi ha fatto una mattina Emilia, la giornalaia, leccandosi le dita ricoperte di zucchero al velo.
“Hai provato il pane di cereali al profumo di salvia?” s’è intromesso a pranzo Manuele, quello della contabilità, mentre mi vedeva scartare il tramezzino al tonno gluten free recuperato dal frigo in ufficio.
“Io ho ordinato tre teglie di pizza funghi e tartufo! Leggerissime: una meraviglia!” se n’è uscito Enzo, quando mi ha visto rientrare a casa alle sette di sera coi capelli arruffati, che ancora non avevo deciso cosa preparare per cena.

E così mi sono detta che sarebbe stato bene indagare: fare esperienza diretta, capire sul serio quanto fossero bravi i fornai della “Pan Di Zenzero”, chiedere lumi e portare anche io la mia personalissima opinione in merito.

Perciò li ho chiamati.
Mi chiederete perché non sia andata di persona a vedere e assaggiare. Beh, intanto sono celiaca, quindi pane, cornetti e pizze non posso assolutamente mangiarne, ma non conta, so essere oggettiva lo stesso; e poi sono una donna pratica, svelta, giudiziosa… di certo non una che perde tempo!
Ho telefonato. Uno squillo, due squilli, ben tre squilli, al quarto già avevo capito che questa gente stava giocando con il fuoco: lasciare in attesa un cliente per tutto questo tempo equivaleva niente meno che prenderlo a schiaffoni. Che maleducati!

Io però, mi conoscete, sono una donna che va fino in fondo alle faccende importanti, quindi ho atteso buonina che mi rispondessero, e finalmente la mia determinazione mi ha ripagata, perché al settimo squillo la titolare (o quella che mi è parsa tale) ha avuto la decenza di alzare la cornetta.

Gentile – perché io sono gentile e do il buongiorno ogni volta! – le ho chiesto con quali marche di farine preparassero i loro prodotti da forno.

Quella per tutta risposta sapete che mi dice? Nel modo più scortese possibile, testualmente mi fa “Salve, il mio nome è Linda Leale e mi occupo di panificazione da tutta una vita. Prima di risponderle, mi piacerebbe conoscere il suo nome… sa, presentarsi fa nobile anche un paio di scarponi. Dopo, sarò ben felice di darle tutti i chiarimenti che desidera, ma se non è in cerca di lavoro o per proporci le sue farine – ha un molino, per caso? – ho davvero parecchio da lavorare. Perciò prenda appuntamento, mi parli di lei e vedrà che sarà pienamente soddisfatta dei nostri prodotti: le offro volentieri un vassoio di madeleine appena sfornate!”.

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Incontrarsi a metà

Una regola assai stuzzicante, di cui la psicologia ci informa con luculliana generosità, riguarda l’assunto per cui la prima impressione vale molto più del nostro intrinseco valore. Valore che può essere dimostrato solo dopo qualche tempo, in realtà, e che pertanto viene penalizzato a causa di una mera questione tecnica.

All’inizio, infatti, appena dopo il primo sguardo, intimamente sappiamo già se il nuovo interlocutore avrà carezzato le corde più profonde del nostro animo oppure si sarà scavato da solo la – figurata – fossa.

Regola di cui sopra vuole che, in caso di esito negativo, il malcapitato dovrà stupirci favorevolmente per ben sette volte, prima di raggiungere lo stato di neutralità che gli concederà di partire da capo.

E così accade che l’avvenenza del commesso che tiene aperta la porta per noi, aiutandoci a entrare nel bookshop sotto casa, ci predisponga molto più rispetto all’atteggiamento affettato della barista coi capelli arruffati, e il naso rosso e colante, che in quello stesso bookshop ha preparato il nostro caffè. E a nulla serve se sulla schiuma quest’ultima vi ha disegnato un cuoricino: se avesse fatto un sorriso, forse ora non staremmo pensando che quella ci ha starnutito sopra!

Basta poi accomodarci, osservare qualche minuto l’ambiente, le dinamiche tra le persone, noi stessi in quel contesto, per renderci inevitabilmente conto che la variabilità umana è talmente ampia e curiosa, che ritenere di saper abbinare la più corretta etichetta a qualcuno fin dal primo istante è pura utopia.

L’istinto e la psicologia ci inducono a formulare da subito giudizi di valore inconsci, ma sta a noi conquistare la capacità di lasciarci stupire dall’ignoto, dando un’ennesima possibilità al tempo.

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