Questo è un no

Bisogna tentare, e tentare, tentare, tentare ancora… e sempre. E prima o dopo arriverà.

Come vi avevo anticipato, qualche giorno fa ho inviato il testo, che ho già autopubblicato, in valutazione a una agenzia di servizi editoriali.
Ebbene proprio ieri sera ho ricevuto la mia prima risposta.


Negativa.
Gentilissimi, mi comunicano che temono di non essere adatti a collocare il testo che gli ho proposto poiché non in linea con ciò che cercano agenti ed editori con cui collaborano.
Aggiungono che non si tratta di un giudizio di valore, ma solo di una questione di network.
E insomma va bene. Non posso fare altro che mettere il mio bel pentolino sul fuoco, polvere di cacao, zucchero e latte, preparare una cioccolata spaziale e tentare una autoanalisi. Valutare se effettivamente non sia necessario ristrutturare l’opera affinché diventi fruibile ai più.
Sono molto affezionata alle dinamiche che ho sviluppato nei mesi addietro, e mentirei se dicessi che tagliare e ricucire sarebbe poco meno che un abominio, ma mi accorgo anche di non avere una carta vincente, almeno non così come è strutturata. Non nelle sue parti iniziali, che probabilmente non convincono del tutto, che non affascinano il lettore tanto da affidarsi all’autore, che saprebbe come soddisfarli se sapessero seguirlo fino in fondo.
C’è tanto da studiare ancora, tanto da imparare, e sperare di riuscire a far breccia nel cuore qualcuno che sappia amare “Sveta&Co” proprio quanto me.

Io l’ammiro, l’albero

La condivisione autentica di se stessi come momento di crescita personale. Un passo avanti per diventare scrittore.

Un albero impiega anni a rafforzare la propria struttura, ad ergersi maestoso strato dopo strato e pazientemente, mostrando dignitoso un unico fine: puntare al cielo, sempre più in alto.


E io l’ammiro, l’albero.
Opera senza mai perdersi d’animo, fiero e convinto, e se riesce anche un po’ ad allargarsi sembra pronto ad accogliere chiunque a braccia aperte.
Dunque dicevo, io l’ammiro, l’albero. Sì, perché rappresenta la natura onesta che spesso noi umani non sappiamo imitare.
Qualche tempo fa, il giorno del mio compleanno, mi sono voluta fare un regalo dando un’anima di carta al testo che aveva visto la luce solo sul mio foglio Word.
E così per qualche tempo sono stata imprenditrice di me stessa, e ancora oggi in verità.
Credo però di averlo fatto male, cioè non in modo empatico, sentito, onesto. Di quell’onestà di cui dicevo prima.
Manca la condivisione, quella vera, e così mi sono detta che iniziare a parlarne sarebbe stato utile anche a me, alla mia crescita personale.
Quindi prendo e lascio. Una domanda e una notizia.
La notizia è che ho inviato il mio testo in valutazione (con un gran batticuore), vi terrò aggiornati sulle novità che dovessero arrivare.
La domanda per chi ha vissuto la mia stessa esperienza è questa: quanto siete cambiati durante la stesura del vostro lavoro e grazie a cosa?

Così lontano così vicino

L’ambientazione determina inevitabilmente ciò che saranno i personaggi, ma la scelta della stessa è l’esperienza che l’autore ha deciso di vivere

Scrivere un romanzo è come partire per un viaggio.
Infatti, proprio come quando ci si prepara per andar via, si mettono da parte tutte le remore del caso e si punta a quelle determinate scelte (mare o montagna?, quali indumenti?, aereo o viaggio in auto?), anche in corso di scrittura bisogna valutare ogni punto, studiare ogni luogo e acquisire informazioni preventive che rendano la traversata piacevole, soddisfacente, gratificante.

Nel corso degli anni mi sono imbattuta in articoli anche interesanti in cui si è trattato l’argomento in questione; post redatti da scrittori amatoriali, più spesso prodotti dagli addetti ai lavori, dagli infiltrati, quelli che ci sono dentro e sanno di cosa parlano.
Beh, il sunto è un po’ sempre lo stesso: scrivi ciò che conosci.
In poche parole “scrivi solo di ciò che hai esperito, perché se sei nato in un sobborgo campano, non sperare di poter descrivere perfettamente come si fa a crescere nella Kyoto dei primi del Novecento.”

Eh! Il problema, e suppongo sia un problema grave, è che io non sono d’accordo.

Ho iniziato a scrivere di ciò che conoscevo. Ho raccolto dagli angolini più nascosti tutte le bozze della mia vita, scritte su foglietti accartocciati sparsi qua e là nella memoria. Ho scritto perciò di bullismo e di dialetto, ho trattato di depressione e rimozione, ho narrato perfino di una giovane ventenne che s’innamora e scappa via dalla sua città natale, sperando di fare il botto. Eppure niente di tutto questo ha mai avuto un ascendente abbastanza potente da suscitare perfino in me il brivido di conquista cui un autore tanto anela. Nulla di quanto io abbia prodotto è mai stato lontanamente pensato come qualcosa di condivisibile. Sì, perché chi ha voglia di trattare della propria vita (fan assatanati della condivisione-social-a-tutti-i-costi a parte) in modo così sincero?
E perché romanzare la propria vita e solo ciò che si conosce, se ciò che uno scrittore vuole non è che volare via e creare, farsi fautore di vita, promulgatore di idee, dio incontrastato di nuovi mondi, pareri, opinioni, vissuti!

Certo un autore non desidera solo questo, magari ha voglia di studiare, di immedesimarsi, di empatizzare con realtà che non conosce e imparare a entrare dentro e sotto la pelle di un’adolescente nata e vissuta in una landa sperduta della Siberia. Magari vuole capire come si può vivere con quaranta gradi al sole, in mezzo al deserto, e sapersi ancora energico. Forse ha solo voglia di glissare sul proprio vissuto e raccontare di tutto fuorché di ciò che sa, perché ciò che sa non gli piace, o non è capace a guardarlo con onestà per dirgli “ok, sei il mio bagaglio di vita, ti perdono”.

Io sono per il viaggio. Per il viaggio della mente, del corpo e dell’anima. Sono per le frasi brevi e incisive. Sono per i punti e i punti e virgola lasciamoli ai dottoroni. Amo studiare ciò che non conosco. Voglio intendere ciò che non ho mai vissuto e palparlo come se sapessi di che si tratta. Voglio assaggiare spezie, anche se non lo farò mai. Voglio tuffarmi nel Pacifico anche se mai ne navigherò le acque.

Voglio farlo e lo farò, perché sono un autore. E io posso tutto.

Innumerevoli strade

Quando ho iniziato a sviluppare il plot outlining dell’intera trilogia ho potuto rendermi presto conto di quanto lavoro ci sarebbe stato ad attendermi.

Non ci ho messo più di qualche giorno per identificare i punti chiave di cui avrei voluto trattare, ma nei mesi successivi, durante la stesura, mi sono accorta che per ogni strada imboccata c’erano innumerevoli altri piccoli sentieri percorribili che irrimediabilmente mi avrebbero portato da tutt’altra parte.

E così ho deciso di lasciare che fosse il testo a guidarmi.

In alcuni casi mi sono domandata perplessa dove sarei sbucata, in altri ho creduto di poter prevedere cosa sarebbe stato di quel tale personaggio, per poi riconoscere con amarezza che a decidere non sarei mai stata io!

Scrivere questa storia è stato emozionante e stimolante in modi che non avrei mai immaginato. Sentirsi il mezzo attraverso cui altre persone e personalità hanno condiviso la propria storia è stata l’esperienza più soddisfacente che potessi mai provare sulla mia pelle.

Inaspettatamente

Nina – Io non sono te è un dark action ed è il primo volume di una trilogia.

Nasce senza alcuna pretesa di pubblicazione, come un gioco e solo per nutrire la neonata voglia di comunicare me stessa in modo non così evidente.
Inaspettatamente vince i Wattys 2018 nella categoria Breakthrough, così decido di pubblicarlo da indipendente.

Il romanzo tratta di una realtà autentica, poiché ambientato in uno dei Campi di Addestramento che hanno reso tanto famose le spie russe del KGB degli anni ’90.
Paradossalmente non se ne fa menzione, dato che il primo volume è fortemente votato alla focalizzazione su pochi personaggi, alla umanizzazione degli stessi e alla descrizione dei primi legami che nasceranno.

Non è un fantasy (in più di un’occasione qualcuno lo ha definito tale) e me ne rammarico spesso, dato che le tinte a mano a mano che la lettura procede divengono sempre più drammatiche, nere, ma difatto reali.

Il mio primo romanzo

Nina – Io non sono te è il mio primo romanzo.

Un libro nato per serendipity… sì, beh, conoscete la favola de “I tre principi di Serendip”, che partirono cercando qualcosa e trovarono invece tutt’altro? Così è accaduto anche a me: tentavo di comunicare un messaggio, e sulla strada mi sono imbattuta in dinamiche completamente nuove che hanno deviato il corso del mio viaggio.

Questo libro infatti è frutto di una scelta non programmata.
Ero impegnata nella stesura di una narrazione di diverso genere, quando mi sono ritrovata a delineare i tratti di una donna fiera e forte, Nina, un personaggio secondario di un testo poi rimasto inconcluso.
Posta inizialmente in una condizione più che marginale, a mano a mano che la scrittura procedeva Nina acquisiva definizione, contorni, carattere, rilevanza, fino a quando non ha letteralmente spinto affinché il suo passato venisse raccontato.

È in questo modo che, ancora inconsapevole della strada che questa nuova figura avrebbe imboccato, ho poi scelto di dedicarmi completamente a lei; ho messo da parte ogni remora e mi sono tuffata in un mondo nuovo fatto di azione, combattimenti, training, complotti, vendetta: quanto mai avrei voluto facesse parte delle mie opere.

È nato così “Nina”, un libro con un potenziale immenso che raccontato per intero avrebbe superato il migliaio di pagine, per questo motivo dopo qualche mese ho deciso di suddividerlo in volumi, quelli che oggi compongono la trilogia.
“Io non sono te”, il primo capitolo della saga, vede protagonista l’evoluzione, la crescita, la determinazione di una giovane, che per forza di cose imparerà ad affrontare una parte di mondo estremamente cruda.