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Così lontano così vicino

L’ambientazione determina inevitabilmente ciò che saranno i personaggi, ma la scelta della stessa è l’esperienza che l’autore ha deciso di vivere

Scrivere un romanzo è come partire per un viaggio.
Infatti, proprio come quando ci si prepara per andar via, si mettono da parte tutte le remore del caso e si punta a quelle determinate scelte (mare o montagna?, quali indumenti?, aereo o viaggio in auto?), anche in corso di scrittura bisogna valutare ogni punto, studiare ogni luogo e acquisire informazioni preventive che rendano la traversata piacevole, soddisfacente, gratificante.

Nel corso degli anni mi sono imbattuta in articoli anche interesanti in cui si è trattato l’argomento in questione; post redatti da scrittori amatoriali, più spesso prodotti dagli addetti ai lavori, dagli infiltrati, quelli che ci sono dentro e sanno di cosa parlano.
Beh, il sunto è un po’ sempre lo stesso: scrivi ciò che conosci.
In poche parole “scrivi solo di ciò che hai esperito, perché se sei nato in un sobborgo campano, non sperare di poter descrivere perfettamente come si fa a crescere nella Kyoto dei primi del Novecento.”

Eh! Il problema, e suppongo sia un problema grave, è che io non sono d’accordo.

Ho iniziato a scrivere di ciò che conoscevo. Ho raccolto dagli angolini più nascosti tutte le bozze della mia vita, scritte su foglietti accartocciati sparsi qua e là nella memoria. Ho scritto perciò di bullismo e di dialetto, ho trattato di depressione e rimozione, ho narrato perfino di una giovane ventenne che s’innamora e scappa via dalla sua città natale, sperando di fare il botto. Eppure niente di tutto questo ha mai avuto un ascendente abbastanza potente da suscitare perfino in me il brivido di conquista cui un autore tanto anela. Nulla di quanto io abbia prodotto è mai stato lontanamente pensato come qualcosa di condivisibile. Sì, perché chi ha voglia di trattare della propria vita (fan assatanati della condivisione-social-a-tutti-i-costi a parte) in modo così sincero?
E perché romanzare la propria vita e solo ciò che si conosce, se ciò che uno scrittore vuole non è che volare via e creare, farsi fautore di vita, promulgatore di idee, dio incontrastato di nuovi mondi, pareri, opinioni, vissuti!

Certo un autore non desidera solo questo, magari ha voglia di studiare, di immedesimarsi, di empatizzare con realtà che non conosce e imparare a entrare dentro e sotto la pelle di un’adolescente nata e vissuta in una landa sperduta della Siberia. Magari vuole capire come si può vivere con quaranta gradi al sole, in mezzo al deserto, e sapersi ancora energico. Forse ha solo voglia di glissare sul proprio vissuto e raccontare di tutto fuorché di ciò che sa, perché ciò che sa non gli piace, o non è capace a guardarlo con onestà per dirgli “ok, sei il mio bagaglio di vita, ti perdono”.

Io sono per il viaggio. Per il viaggio della mente, del corpo e dell’anima. Sono per le frasi brevi e incisive. Sono per i punti e i punti e virgola lasciamoli ai dottoroni. Amo studiare ciò che non conosco. Voglio intendere ciò che non ho mai vissuto e palparlo come se sapessi di che si tratta. Voglio assaggiare spezie, anche se non lo farò mai. Voglio tuffarmi nel Pacifico anche se mai ne navigherò le acque.

Voglio farlo e lo farò, perché sono un autore. E io posso tutto.

È un cerchio il percorso della scrittura

Scavare a fondo per scoprire che la comunicazione è anche un modo per definire se stessi

Ultimamente sulle piattaforme social, grazie agli spunti virali che alcuni bookblogger propongono, si accendono succose discussioni – che sfociano in altrettanto succose riflessioni – in merito agli innumerevoli dubbi che uno scrittore in erba dovrebbe proporsi di fugare. Dubbi sacrosanti, che nascono non appena lo scrittore di cui sopra posa la penna e inizia a guardarsi intorno, in cerca di un editore.

Innanzitutto, non si può prescindere dalla forma. Ogni autore che si rispetti deve conoscere le basi della grammatica, così come della sintassi italiana.
Impensabile è anche solo valutare di inviare il proprio manoscritto a una casa editrice se la struttura portante, cioè la modalità con cui si sta condividendo la storia, è lacunosa, rendendo la narrazione incomprensibile.

Un autore deve difendere il proprio operato senza però mostrare chiusura mentale.
Quando si hanno le idee chiare, quando la trama regge e anche l’apporto comunicativo funziona, allora l’autore sa che la sua storia possiede uno scopo. Egli ha cercato, ha studiato, e testato prima su di sé la forza delle risposte che il suo lavoro concede, e ha valutato che effettivamente quello specifico punto di vista potrebbe reggere lo sguardo puntuale di un buon lettore.
Tale consapevolezza non deve penalizzare il testo stesso. Il coraggio di riuscire a guardare ad esso come a un viaggio in divenire e non come fosse già perfezione assoluta è una qualità che va acquisita con il tempo e con una certa dose di maturità. L’importante è non mancare di domandarsi se la critica ricevuta può o meno aiutarci a crescere.

Bisogna imparare a descrivere la propria opera con poche frasi essenziali e incisive: le uniche che contengano la sostanza di ciò che si vuol divulgare.
Se questo compito risulta arduo, probabilmente il messaggio che si sta tentando invano di mandare non è chiarissimo nemmeno all’autore.

Tantissimi altri parametri concorrono alla stesura di una narrazione valida, eppure fulcro centrale attorno al quale ruota tutto è la definizione dello scrittore tout court: un senso assoluto che si delinea attraverso prove ed errori, cadute e cicatrici, gavetta, fatica, studio.

Appare chiaro che chiunque tenti di scrivere per poter lasciare qualcosa di sé ai posteri sta facendo anche un lavoro su se stesso. Un lavoro che contribuirà alla rappresentazione definitiva, e paradossalmente in continua “revisione”, di un essere umano che per serendipity è partito per un lungo viaggio e si è concesso di seguire strade nuove che lo hanno portato a una meta totalmente diversa dalla prima che egli aveva stabilito.

Le scoperte guadagnate gli concederanno di identificare diversi, e forse del tutto inaspettati, tratti del proprio carattere che probabilmente mai avrebbe sperato di possedere.

Intima personalità

Se è vero che l’hai scritto, allora è vero che lo sei.

Accade così tanto spesso che ormai nemmeno ci facciamo più caso.
E non ci facciamo più caso perché diversamente diventerebbe una malattia.

Mi riferisco alla semplicità con cui il prossimo mira a delineare il nostro modo di vedere le cose, la nostra personalità e noi, senza effettivamente conoscerci sul serio. Ci rinchiude in cluster definiti (quasi fossimo antichi souvenir raccolti forse in Provenza o chissà dove che, presa troppa polvere, vanno messi in scatola e poi in cantina), etichettati aleatoriamente secondo i più superficiali canoni personali.

Perciò va da sé che se sei una donna e scrivi, allora vuol dire che produci romanzi rosa. Se malauguratamente sei davvero una donna, accade ti leggano, e ancor peggio dai tuoi scritti emerge un genere cupo, nero, che tratta tematiche psicologiche profonde e deviate, allora allora… beh, allora vuol dire che hai avuto gravi problemi, che il tuo passato non è stato lieve e trasparente, che forse devi essertela passata male per essere riuscita a descrivere quelle turbe mentali tanto bene.

Che dire allora degli omicidi che a sangue freddo e premeditatamente Agatha Christie ha saputo sceneggiare nelle sue opere? Vogliamo parlare delle truci brutalità che solo un re come Stephen King è stato capace di mettere in prosa? Non verrete a dirmi che J.K. Rowling soffre di schizofrenia, se è stata in grado di inventarsi un mondo nuovo pieno di esseri umani che volano sulle scope!
Questi grandi autori saranno mica biasimati o, peggio, etichettati come folli perversi, psicopatici malati e sociopatici autogestiti?

Quindi facciamo un passo indietro.
Sono una donna.
Scrivo.
Ho avuto un’infanzia serena, in stile Giorgie che corre felice sul prato.
L’adolescenza, oddio, quella un po’ tutti ce l’hanno travagliata, suppongo si autodefinisca tale.
Tutto sommato ho trovato un compagno che mi ama per quel che sono (sic!).
Quindi scrivo.
E sono una donna, sempre quella.

Contemporaneamente però ho imparato a osservare quel che c’è sempre stato intorno a me, a empatizzare con le modalità di condivisione altrui. Più che altro, con tutte le mie forze ho desiderato capire i caratteri così tanto lontani dal mio, e le ragioni per cui scelte che io mai avrei operato potessero divenire la via prediletta di tutti coloro che non erano simili a me.

Mi sono immedesimata. Ho tentato la via della supposizione, nel frattempo un po’ di libri e studi scientifici sulla psicologia mi hanno instradata per bene, e alla fine mi sono lanciata: ho inventato una storia, personaggi e persone, provando a darmi fiducia.
Nutro la speranza di esserci riuscita, o quantomeno di aver perseverato nel tentativo.

Come si affronta quindi il prossimo?
Perché c’è ancora tanto pregiudizio?
E quali sono le strategie per concedere (e concedersi) comprensione?

Intervista? Ma chi… io?

Anteprima su La Firma Cangiante

Scegliere la via dell’autopubblicazione è un atto di profonda fede.
Fede verso se stessi e il proprio lavoro soprattutto.

Una volta però presa la decisione, è necessario lasciare che il testo vada per la sua strada e sopravviva da solo. A tal proposito, affidarsi al parere di coloro il cui pensiero è sempre stato allineato al nostro può essere un punto di partenza, nonché primo test fondamentale.

È per questo motivo che ho deciso di contattare Dario, anima pensante e cuore pulsante che c’è dietro il blog La Firma Cangiante.

Gli ho proposto la lettura di Nina – Io non sono te e ho atteso che mi restituisse la sua opinione. Cosa ne ho ricevuto? Come sospettavo una grande onestà intellettuale e una attenta analisi del testo… felicissima di avere anche in minima misura incontrato il suo parere positivo.

Ciò che proprio non mi aspettavo, invece, è che mi proponesse un’intervista, non solo da pubblicare sul suo spazio (Oddio, uscirò su La firma Cangiante!), ma anche su Loudd!

Non la faccio lunga, vi lascio il primo frammento, ma il resto potrete leggerlo solo seguendo il link!


Robin Kartwrite è una giovane scrittrice ligure che ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo scegliendo la via dell’autoproduzione. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con Robin riguardo il suo esordio, ed ecco l’esito della nostra chiacchierata a disposizione dei lettori di Loudd.

L: Ciao Robin, potremmo iniziare questa intervista raccontando in poche parole ai nostri lettori di cosa parla il tuo libro, senza svelarne punti salienti, giusto per farci un’idea su cosa ci si può aspettare leggendo Nina – Io non sono te.

RK: Ciao Dario, innanzitutto vi ringrazio per questa opportunità e per avermi regalato questo spazio. Mai me lo sarei immaginato, essere tra queste pagine mi lusinga e inorgoglisce.
Volendo risponderti, questa è la storia di due giovanissime donne che si ritroveranno, chi per volontà, chi per obbligo, in un luogo cupo e pericoloso: un campo di addestramento per giovani reclute. La prima per mettersi alla prova, per crescere e migliorarsi, la seconda per un sincero moto di solidarietà verso i più deboli. Nel frattempo, impareranno a valutarsi l’un l’altra, ma anche a difendersi da quegli individui che per i più disparati motivi vorranno far loro del male.
Mi piacerebbe definire Nina – Io non sono te un piccolo puzzle, un’opera il cui contenuto viene condiviso tramite brevi episodi narrati non sempre in modo cronologicamente lineare: uno stratagemma per dare informazioni utili senza mai divenire pesanti.
È di fatto un dark action con sfumature storico-drammatiche. Mi preme però che il lettore sappia che non sta per approcciarsi a un fantasy, nonostante l’uso di alcune nomenclature scelte ad hoc possa far supporre qualcosa di simile.
In parole spicciole? Se si vuol leggere di disciplina, amicizia, rabbia, sadismo e anche un po’ di sana empatia, questo libro ne è buono spunto.

Continua a leggere…

Il messaggio nascosto

La trilogia Nina è stata concepita con un certo grado di stratificazione.

Mi sono sempre domandata quanto potesse essere difficile condividere un messaggio profondo, senza però appesantire irrimediabilmente un testo che sarebbe poi stato letto con grande difficoltà.
Così mi sono detta che la strada più facile da percorrere sarebbe stata quella della semplicità.
Sì, insomma… partire da concetti di base, una comunicazione, una trama di base, per poi a mano a mano aumentare il carico sia da un punto di vista strettamente contenutistico che da quello stilistico.

Non so quanto abbia ripagato una scelta simile, con il senno di poi. Riconosco però la soddisfazione che mi ha procurato la costante volontà di lasciare indizi, di aumentare il grado di complessità, di svestire il testo un po’ per volta del velo di banalità di cui sembra essere impregnato.

Ammetto di essere stata però precipitosa: non ci sarà conclusione più giusta e gratificazione più grande – sia per l’autore che per il lettore – se non al termine dell’intero scritto.

E si sa, la pazienza è divenuta merce estremamente rara, ultimamente.

Innumerevoli strade

Quando ho iniziato a sviluppare il plot outlining dell’intera trilogia ho potuto rendermi presto conto di quanto lavoro ci sarebbe stato ad attendermi.

Non ci ho messo più di qualche giorno per identificare i punti chiave di cui avrei voluto trattare, ma nei mesi successivi, durante la stesura, mi sono accorta che per ogni strada imboccata c’erano innumerevoli altri piccoli sentieri percorribili che irrimediabilmente mi avrebbero portato da tutt’altra parte.

E così ho deciso di lasciare che fosse il testo a guidarmi.

In alcuni casi mi sono domandata perplessa dove sarei sbucata, in altri ho creduto di poter prevedere cosa sarebbe stato di quel tale personaggio, per poi riconoscere con amarezza che a decidere non sarei mai stata io!

Scrivere questa storia è stato emozionante e stimolante in modi che non avrei mai immaginato. Sentirsi il mezzo attraverso cui altre persone e personalità hanno condiviso la propria storia è stata l’esperienza più soddisfacente che potessi mai provare sulla mia pelle.

Inaspettatamente

Nina – Io non sono te è un dark action ed è il primo volume di una trilogia.

Nasce senza alcuna pretesa di pubblicazione, come un gioco e solo per nutrire la neonata voglia di comunicare me stessa in modo non così evidente.
Inaspettatamente vince i Wattys 2018 nella categoria Breakthrough, così decido di pubblicarlo da indipendente.

Il romanzo tratta di una realtà autentica, poiché ambientato in uno dei Campi di Addestramento che hanno reso tanto famose le spie russe del KGB degli anni ’90.
Paradossalmente non se ne fa menzione, dato che il primo volume è fortemente votato alla focalizzazione su pochi personaggi, alla umanizzazione degli stessi e alla descrizione dei primi legami che nasceranno.

Non è un fantasy (in più di un’occasione qualcuno lo ha definito tale) e me ne rammarico spesso, dato che le tinte a mano a mano che la lettura procede divengono sempre più drammatiche, nere, ma difatto reali.

Il mio primo romanzo

Nina – Io non sono te è il mio primo romanzo.

Un libro nato per serendipity… sì, beh, conoscete la favola de “I tre principi di Serendip”, che partirono cercando qualcosa e trovarono invece tutt’altro? Così è accaduto anche a me: tentavo di comunicare un messaggio, e sulla strada mi sono imbattuta in dinamiche completamente nuove che hanno deviato il corso del mio viaggio.

Questo libro infatti è frutto di una scelta non programmata.
Ero impegnata nella stesura di una narrazione di diverso genere, quando mi sono ritrovata a delineare i tratti di una donna fiera e forte, Nina, un personaggio secondario di un testo poi rimasto inconcluso.
Posta inizialmente in una condizione più che marginale, a mano a mano che la scrittura procedeva Nina acquisiva definizione, contorni, carattere, rilevanza, fino a quando non ha letteralmente spinto affinché il suo passato venisse raccontato.

È in questo modo che, ancora inconsapevole della strada che questa nuova figura avrebbe imboccato, ho poi scelto di dedicarmi completamente a lei; ho messo da parte ogni remora e mi sono tuffata in un mondo nuovo fatto di azione, combattimenti, training, complotti, vendetta: quanto mai avrei voluto facesse parte delle mie opere.

È nato così “Nina”, un libro con un potenziale immenso che raccontato per intero avrebbe superato il migliaio di pagine, per questo motivo dopo qualche mese ho deciso di suddividerlo in volumi, quelli che oggi compongono la trilogia.
“Io non sono te”, il primo capitolo della saga, vede protagonista l’evoluzione, la crescita, la determinazione di una giovane, che per forza di cose imparerà ad affrontare una parte di mondo estremamente cruda.