Insights

Spiegarsi…

…fa parte della comunicazione.
È un principio fondante della stessa: far sì che gli altri comprendano il messaggio che si sta condividendo. Quindi eccomi qui a raccontar di questa trilogia, di “Nina”.

Ci sono molte, troppe cose che l’autore per obbligo deve lasciarsi indietro. E per quanto egli abbia bene visualizzato la sua storia, non sarà mai davvero in grado di metterla tutta su carta. Esistono sfumature che non è sempre possibile condividere, sensazioni nate in chissà quale momento della giornata e a chissà quale luogo legate di cui il lettore non verrà mai a conoscenza… così mi sono detta e se condividessi i miei “dietro le quinte”?

Sono certa darebbero numerosi altri dettagli al testo… quasi volessi diventasse tridimensionale. Perché è la verità: vorrei che tutto questo esistesse sul serio!
Per me esiste, ha un che di palpabile che non so più trattenere, la mia carica di vitale elettricità che rende me un dio e il mio testo il mondo che prende vita.

Perciò eccomi qui a pubblicarne… di testo e fotografie. Ogni paragrafo ne conterrà una, di foto, insomma.
Buona lettura!


Ambientazione – Luoghi d’infanzia

Attraversammo il giardino in penombra, mentre una sottile bruma aleggiava tra siepi e vasi di terracotta nascondendo il selciato alla vista.
Ci dirigemmo verso l’edificio più antico della proprietà, un luogo da sempre preclusomi perché pericolante, a detta di ogni abitante della tenuta.

(“Nina – Io non sono te”, Parte I, Cap. 2 – Daleko, il Maestro)

Quando ho scelto l’ambientazione per Nina – Io non sono te riguardante i primissimi anni di vita della mia protagonista, ho voluto a tutti i costi creare un parallelismo con i “luoghi della sua mente” e concederle ampio campo d’azione da un punto di vista strettamente individuale.

Al contempo era per me necessario donarle specifici stimoli esterni.

Sveta cresce assieme al suo Maestro e mutua il proprio carattere dalle persone che per prime si sono prese cura di lei, e forse soprattutto dai posti che impara a sentire, percepire vicini al proprio modo d’essere, alla sua naturale predisposizione alla sopravvivenza.

E così, decidendo di salire oltre il 69° parallelo e relegarla in notti molto lunghe e giorni di luce non sempre così generosi, la scelta è ricaduta su Liinakhamari, una landa rurale nell’Oblast di Murmansk, in Russia.

Nella mia mente ha iniziato a prendere forma un’immagine ben definita, un luogo ameno, ma pericoloso, affascinante e cattivo, maestro di vita, ma anche infido nemico. Un modo come un altro per costringerla alla lotta fin dal principio; anche per regalarle un buon metro di parametro da cui partire per poter eventualmente valutare ogni altra ambientazione ostile che prima o poi avrebbe incontrato sul suo cammino.

L’immagine proposta rappresenta in alta percentuale ciò che io ho visto scrivendo della tenuta in cui vive la ragazza fino ai suoi 17 anni.

Il primo libro della saga ospita più d’un capitolo in cui i fatti vengono affrontati in laboratori sotterranei, in stanze dai tappeti pesanti, in cucine e dispense generose, fuori nella natura ostile, ma onesta.

Photo: Marienkirche auf der Bleder Insel im Bleder See, Slowenien (©Dan Briski)


Lo Zaffiro della Notte

Famoso per avere attraversato secoli, continenti e nobili casate, il prezioso aveva il colore del mare in tempesta, la lucentezza della rugiada del mattino e il fascino di un bocciolo non ancora schiuso.
(da “Nina – Io non sono te”, Prologo)

Il gioiello così tanto misterioso esiste.

Esiste non solo nell’immaginario, come potrebbe effettivamente esistere un qualunque gioiello di tale fattura, ma fa davvero parte dei piccoli grandi tesori della mia famiglia, oltre ad avere un peso affettivo molto molto alto.

Ecco, quindi, la foto dell’anello vero, quello cui mi sono ispirata scrivendo della gemma ottagonale dai tanto decantati poteri mistici. Le ho dato connotati quasi magici, certo, ma non ho mai perso di vista la realtà che stavo andando a sottolineare: se è vero che la storia ci insegna che la superstizione ha più presa sulla mente dell’uomo rispetto alla ragione, è vero anche che io per prima non avrei potuto esimermi dall’insinuare nel mio lettore il piccolo dubbio che qualcosa di vero potesse effettivamente esserci.

Ho voluto creare un simbolo.
Solamente citato nel primo libro, a partire dal successivo ne si saprà naturalmente un po’ di più, perché l’approfondimento non solo sarà voluto, ma andrà a incastrarsi perfettamente con la storia che abbiamo finora imparato a conoscere. È ancora troppo presto per parlarne, ma il secondo capitolo della saga “Nina” regalerà nuovi spunti da cui partire per formulare altre eccitanti ipotesi…

Tornando però alla pietra, ho voglia di narrarvi (un po’ romanzandola, ammetto, ma comunque mantenendo una certa pertinenza con ciò che è accaduto) la storia ad essa legata.

Storia di un Corindone

Tanti, tanti, ma tanti anni fa, il giovane Giovannino si ritrova nella vecchia cerchia di compagnucci, che a turno gli mostrano quante monete hanno in tasca. I suoi amici, a differenza sua, hanno di che campare, perché anziché bighellonare alla mattina vanno a lavorare. C’è chi fa il garzone del fornaio, chi invece si fa dare due soldi dal calzolaio per mantenere pulita la bottega, chi riesce a racimolare qualcosa vendendo i giornali porta a porta.

Giovannino non ci sta e decide che la mattina successiva anche lui sarebbe andato in giro per le strade della città a cercare un lavoretto, così da riuscire a farsi bello con i suoi pari.
Va dal farmacista, ma questi gli risponde che è troppo sciatto per poter anche solo entrare nell’esercizio, il salumiere lo reputa troppo basso e mingherlino (per tagliar prosciutti e caciocavalli ci vuole forza!), il pescivendolo nemmeno gli dà retta.

Così, mogio, si dirige verso casa, passando per la via principale, una strada lunga e stretta che però taglia in due la città, e lì fuori dal convento di Santa Caterina, una suora vecchia vecchia sta spazzando l’ingresso per pulirlo dal fogliame. Questa lo vede passare e lo chiama a gran voce dicendogli: “Ehi, Giovannino, vieni a darmi una mano, non riesco a raccogliere le foglie da terra”.
E così, il piccolino, annusando la moneta sonante, fa: “Certo, sorella, ma tu pagami una moneta e io tornerò ogni giorno ad aiutarti”.

La suora si lascia convincere e lo assume a tempo pieno, facendosi dare una mano di quando in quando anche nel convento, e mandandolo spesso e volentieri anche ad aiutare altre sorelle in giro per il quartiere, foss’anche per portare il sacco degli abiti sporchi o fare commissioni dal vicino tabacchino. Giovannino conosce tutti in quel giro, cresce aiutando ogni frate, ogni cappuccino, ogni parroco e suora dei dintorni, fermandosi nelle chiese, nei conventi, giù nelle cripte, su nelle cappelle.

Ha 25 anni quando accade il fatto.
È in un giorno particolarmente tetro che a Giovannino viene chiesto di far da guida con lampada e pala a un vecchio frate che vuole ridisporre alcune sacre lapidi giù nelle cripte della vecchia citadella. Il giovane lo aiuta, gli fa strada e luce, giù nel buio e nell’umidità dei cunicoli ormai dimenticati, ma pieni di storia e antichità. Il frate ogni tanto si ferma, ogni tanto prega, ogni tanto comanda di riempire il sacco che si è portato dietro con sassi e piezzi di terra che potrebbero ingombrare il passaggio: vuole rendere quei cunicoli un luogo lindo, pulito, in modo che i fedeli possano andare a trovare i più sacri loculi degli antichi ancivescovi e vescovi che avevano fatto grande la città.

Giovannino scava e pulisce, pulisce e scava, si graffia le mani per quanto c’è da fare… suda e si affatica, ma a sera è appagato del lavoro fatto e promette che il giorno dopo e per i successivi mesi avrebbe aiutato a terminar l’opera. Prima di venir via, però, si lascia catturare da una luce che vede sul soffitto della cripta, ha un colore malsano e impossibile da replicare. Non lo capisce, ma si domanda da dove possa provenire. Fa due passi e non la vede più. Torna indietro e nuovamente rivede quel riflesso.

Che accade? si domanda, quasi quei santi potessero rispondergli.
Ma naturalmente la risposta non arriva.
Perciò va avanti e indietro, avanti e indietro… ma niente. Vede quel riflesso solo se si mette in una determinata posizione.
Che sia questo vecchio braccialino d’argento che porto al polso? si chiede.
E la indovina subito. Era proprio quello, che infingardo, posato lieve sul suo polso, rifletteva la luce di una pietra che proveniva da una parete alla sua sinistra: la stava assorbendo dalla lampada che teneva in mano…

Che stupido! si dà una pacca sulla testa.
Si avvicina così alla parete e scorge un luccichio, usa le mani, ma la “cosa” è troppo in profondità, quindi prende la pala che aveva in dotazione e inizia a colpire nella venatura della roccia… ma nulla accade.

Intanto il frate, che ancor lo aspettava, prende a chiamarlo e a chiedergli quanto ancora ci voglia… Giovannino sull’attenti torna subito da lui, ripromettendosi di valutare quel luccichio il giorno successivo.

Il giorno dopo, munito di un piccolo piccone, Giovannino si mette di gran lena e tenta nella sua ora buca di scoprire cosa sia quel magico bagliore… deve lavorare per più di mezz’ora a quella roccia, ché niente sembra scalfirla. Con costanza però, alla fine, infilando due dita nella venatura riesce ad afferrare l’oggetto, che viene fuori con grande difficoltà.

È nero, completamente ricoperto di terreno rappreso, roccioso, puzza anche un po’ di muffa e cimitero. Pulendolo però, Giovannino si accorge che quella e una fascia, una fascia nera nera d’argento ossidato sulla quale è incastonata una pietra grezza di un celeste pallido, probabilmente un fondo di bottiglia mal tagliato.

Gli viene allora un’idea geniale. Giù lungo la via degli orefici c’è Donna Lisa, la bella gioielliera… l’avrebbe portato a lei e avrebbe chiesto dei soldi. Le donne non sono poi così brave a capire i gioielli, qualunque cosa luccichi è per loro un tesoro, si dice.
Felice della sua trovata geniale, si mette l’oggetto in tasca e continua il suo lavoro fino a sera.

La mattina successiva si prende una mezz’ora per andar dalla gioielliera. Questa lo fa entrare nella botteguccia di due metri per tre e gli chiede gentile cosa possa fare per lui.
Giovannino, il furbone, dice che ha deciso di vendere l’anello di sua madre, che ha un topazio meraviglioso su in cima, ma che sinceramente non sa quanto possa valere. Nella sua mente spera già di cavarci almeno duecento lire: ci avrebbe vissuto come un re.

Quando Donna Lisa prende l’anello tra le mani, lo rigira a fondo, fa la prova del metallo e gli dice che è d’argento. Poi prende il monocolo e guarda la pietra da un lato e poi un altro, la guarda e la riguarda, poi chiede a Giovannino: “Quanto vuoi per questo anello d’argento?”
E Giovannino risponde: “Donna Lisa, solo perché siete voi, vi chiedo ottocento lire”.

Ma la donna glielo porge indietro dicendo: “Non te ne darò più di quattrocento, perciò se non li vuoi, prendi questo pezzo di metallo e vattene.”
Giovannino non può crederci… quattrocento lire per quell’anello? Fuori di sé dalla gioia, sa che il bluff ha funzionato a meraviglia. Le pietre “vere” sono vivaci e brillanti, mica di un colore tanto spento, quella stupida donna stava per pagargli quattrocento lire un pezzo di vetro.

Un po’ tentennando ancora, accetta lo scambio, mostrando però finta indignazione prima di andarsene per la sua strada.

NOTA: la pietra era incastonata su una fascia d’argento la cui montatura portava lo stemma dell’arcivescovato cittadino datato Diciassettesimo secolo… periodo in cui l’argento veniva adoperato più frequentemente dell’oro per i gioielli destinati al clero.


Personaggi – Sveta

Il colore dei miei capelli era sempre stato un imbarazzante minus negli ormai comprovati tentativi di mimetizzazione. Potevo impegnarmi a fondo, raggiungere traguardi impensati, ma se non avessi sempre legato e coperto – a meno di non rasarla completamente – la mia chioma dalle tonalità talmente chiare da risaltare perfino al buio, avrei avuto poco di cui festeggiare.
(“Nina – Io non sono te”, Parte Seconda, Capitolo 8 – Talenti)

È così.
La mia protagonista Sveta ha i capelli di un biondo quasi bianco, lisci come fili di seta e lunghi al limite della ragionevolezza e del buon senso, per un personaggio dedito a combattimenti e corpo a corpo tanto pericolosi. Ha gli occhi chiari, del colore cristallino del ghiaccio, ed è asciutta nella corporatura, ma elastica e allenata. Di media altezza, sembra un’eterna adolescente, nonostante le espressioni del viso diranno spesso il contrario.

Seria, impostata, dura, Sveta è di stirpe reale, lo sapremo immediatamente d’altronde, eppure di regale non avrà altro che un cognome. Sì, perché la giovane avrà modi, atteggiamenti e carattere dai tratti prevalentemente maschili.

Questo personaggio è tutto ciò che io sono e tutto quanto io non sarò mai.

È determinato, disciplinato, corretto, ma anche istintivo, coraggioso, forte. Non ha paura, non teme il dolore né la perdita… probablmente questo è ciò che esige da se stessa, piuttosto che ciò che prova in modo autentico. Sarà la prima ad autoimporsi determinati dettami e tenterà di costringersi forte, anziché esserlo davvero.

In ogni caso, la trama spiegherà ogni suo più piccolo moto emotivo, ma anche psicologico, dato che la sua infanzia sarà disseminata di eventi piacevoli e “normali”, ma anche da una profonda rabbia. Sentimento che spesso le offuscherà la vista, inducendola in errore, ma anche in pericolo; altre volte sarà motore di rivalsa e spinta alla sopravvivenza, addirittura.

Sono molto affezionata a lei, più di quanto riesca ad ammettere a me stessa… e anche solo il pensiero di dover mettere la parola fine a questa storia un po’ mi rende nervosa e triste.

Ma so che lei vuole che io ne narri: lei ordina e io eseguo.


Lapočka

Un musetto bianco fece capolino per poi uscire fuori completamente, curioso come non mai; aveva annusato l’aria e guardato nei dintorni prima di guizzare veloce lontano dalla portata della bimba.
«Coraggio, Sveta, rincorrilo! Ha zampe corte ed è molto veloce, ma so che saprai raggiungerlo in un istante.»

(“Nina – Io non sono te”, Parte Seconda, Capitolo 14 – Catarsi)

Ho scelto di lasciare che una Sveta ancora bambina comprendesse a fondo l’attaccamento; che inoltre imparasse a sopravvivere a una perdita.

Di fatto un autore è come un Dio: impartisce dosi di gioia e dolore con modalità spesso sadiche e tendenzialmente “utili a fini superiori”. La trama, fulcro fondamentale attorno cui ruota ogni qualsivoglia moto emotivo indotto, è il fine ultimo… la dannata meta verso cui è puntata la mano, la penna.

Quindi Sveta. Una bambina di appena 4 anni impara a capire quanto può essere forte un legame d’amicizia, per quanto stretto con un animaletto; assaggia di panico e incomprensione, quando sa di essere impotente; infine, prova sulla propria pelle la cocente sferzata inferta dalla separazione, dalla conclusione del ciclo della vita.

L’età della creatura darà una misura dell’intensità con cui ella s’appresta a vivere con passione, sconcerto, autenticità. Ma questo autore si è divertito a giocare fin dal principio, rendendo complessa una razionalizzazione che invece avrebbe dovuto concretizzarsi in tempi più brevi.

La rabbia. Ho scelto per Sveta la strada della rabbia e l’ho resa maestra. La catarsi sarà quindi necessaria, agognata, medicamentosa.

E chissà che l’esperimento non sia valso sul serio la lettura.
Il lettore è sempre ultimo giudice.


Impattante dolore

«Puoi indossare i pesi e andare a correre» soggiunse il Maestro dopo pochi istanti, prima che io cominciassi da capo il percorso, «il cielo minaccia pioggia, è raro vederne, bisogna essere grati per tale opportunità: niente di meglio per riflettere. E tu ne hai bisogno, Sveta.»
(“Nina – Io non sono te”, Parte Prima, Capitolo 2 – Daleko, il Maestro)

Ho scelto la sofferenza come metro di parametro attraverso cui misurare il mondo. Almeno, è su tale paradigma che ho voluto incentrare la vita della mia protagonista.

La verità è che ho semplicemente supposto che chiunque sappia a cosa mi riferisco quando descrivo le “dure inflessioni di una stoccata rovente”, ne abbia la vita inferte anche in senso astratto. Tutti, almeno una volta, hanno vissuto una esperienza dolorosa e ne hanno in alta percentuale mantenuto il ricordo.

E allora perché non insegnare fin da ragazzina alla mia Sveta quanto possa essere profondo il dolore, quanto sia diverso quello fisico da quello più intenso psichico, quanto sia possibile controllarlo? Ed ecco che ne viene in contatto da subito, imparando a gestirne i picchi, ad accettarne l’esistenza.

Chissà, forse ho voluto renderla vincitrice a priori, perché dominare il buio dell’anima è già una vittoria… magari ho soltanto preso spunto dalla mia vita, suggerendo di volta in volta reazioni a mio parere ottimali, ragionevoli, giuste, dimenticando però che lei non è me.
Lei esiste “fuori di me”, e ormai a prescindere da me. È di me migliore, sopperisce alle mie mancanze, vive in un modo in cui io mai avrei avuto la forza di vivere.

E questo mi restituisce vita. La scrittura lo fa.

L’immagine che ho proposto è solo una metafora. Impattare con qualcosa di tanto innocuo come l’acqua sembra impresa semplice, insulsa. Eppure, a seconda delle variabili in gioco, la collisione può di fatto essere pericolosa come no.


Ambientazione – Il Campo Speciale di Addestramento

Il Campo Speciale di Addestramento era stato astutamente collocato in una riserva montana naturale nel pieno centro di un lago, in modo da scoraggiare eventuali fughe e ostacolare al contempo potenziali attacchi esterni.
(“Nina – Io non sono te”, Parte Prima, Capitolo 6 – L’artigiano)

La collocazione e la struttura del Campo Speciale di Addestramento sono state a lungo pensate. La trama stessa ha richiesto fin da subito che mi impegnassi a fondo nella scelta.

Innanzitutto, siamo a conoscenza del fatto che ingenti capitali, utili al finanziamento di questi luoghi, sono derivati da agenzie non governative per cercare di sopperire alle imperfezioni della bassa milizia russa.

Ecco che inizialmente, in contrapposizione alle scuole militari “normali”, quest’unico Campo Speciale tenta di reclutare solo individui con particolari capacità intellettive e fisiche, così da garantire un training mirato, senza alcuno spreco di risorse. La volontà è quella di formare individui specializzati, unici, assolutamente perfetti, in modo da garantire al Paese poche ma significative figure di riferimento cui affidarsi nelle situazioni più delicate.

Per tanti e tali motivi è parso più corretto scegliere un luogo di non comune sistemazione: una riserva naturale, quindi, una piccola fortezza abbarbicata in cima a una altura collinare su quella che è a tutti gli effetti un’isola lacustre. Una posizione utile a (man)tenere dentro le giovani reclute, e contemporaneamente tanto solida da contrastare eventuali attacchi esterni.

Ma chi potrebbe mai volere attaccare un Campo nel quale sono presenti solo giovani soldati riuniti lì per servire la propria Patria?

Nel Capitolo 6, L’Artigiano, è la stessa Sveta che insinua tale dubbio, andando a piantare il seme della curiosità nella mente del lettore attento.

E chi sono io per impedire una tale fervida fantasia?

Si sappia solo che l’Ordine delle Ombre regna sovrano, sorretto e coadiuvato dal Governo, ma che una Società segreta mira a scardinarne le fondamenta per chissà quali oscuri motivi.

Ci toccherà continuare a leggere per conoscerne!

(In foto il Castello di Hohenzollern dal quale è nata l’ispirazione)


Personaggi – Nina

Caddi su una sedia accostata all’unico banchetto della stanza e appoggiai la schiena al muro. Non appena vidi comparire i riccioli di miele della mia Nina, finalmente potei abbandonarmi completamente: svenni sorridendo, prima ancora che lei emettesse un solo fiato.
(“Nina – Io non sono te”, Parte Terza, Capitolo 10 – Il giusto prezzo)

Eccola, finalmente!

Nina, la Pura.
Lei, che è priva di malizia.
Lei, che guarda dentro le persone sol per sollevarne l’animo.
Lei che, decontestualizzata, suscita perplessità, stupore, dubbio.

Nina non c’entra con tutto ciò, non appartiene a una realtà tanto crudele quale è quella che vivono Sveta e tutte le altre reclute del Campo Speciale.

Nina è troppo sensibile, non è adatta, è noiosa, lagnosa, succube e delicata. Nina fa incazzare il lettore, perché rallenta una storia che potrebbe apparire avvincente secondo criteri più cruenti, vivi, rossi d’escoriazione.

Eppure è lì.

Dà titolo al testo e si fa portavoce inconsapevole del senso globale dell’opera.

Paradosso ha voluto che prima di lei venisse creato il suo nome, che prima di lei avanzasse un pensiero assoluto che ne delineasse i tratti. Soltanto dopo viene introdotto il suo personaggio, così come nel testo si fa attendere esso stesso, mostrandosi in coda ad azioni troppo forti, a personalità più importanti, definite, nette.

Nina è l’antitesi in un testo simile, è il superfluo che si fa strada ingiustificabilmente.
È il lato più fragile, è la parte di pelle che lacerata fa più male, è il punto debole.
È il sorriso nel dolore, è la stolta speranza che tutto andrà bene, è l’ultima luce nel buio pesto.

Ci si affezioni a lei, perché la Storia insegna che a scriverne non sono che i carnefici: i deboli soccombono sempre troppo presto.


Il pugnale

«Un’arma non è mai responsabile di per sé, essa non è che il prolungamento delle intenzioni di qualcuno; e sta’ sicura che non sarà mai adoperata a fin di bene. Questo pugnale è un trofeo, un simbolo, un memento. Non per me, ovvio, ma per tuo fratello: portare via l’arma a un uomo che si sente tale solo grazie ad essa è un po’ come evirarlo, umiliarlo, togliergli la virilità. E sarà lui a ricordarsene più di quanto non farò io nella mia vita.»
(“Nina – Io non sono te”, Parte Terza, Capitolo 13 – Nessuno è solo)

Il tredicesimo della terza parte del libro è un capitolo di “completamento”. Richiama il tredicesimo della prima parte, ripercorrendolo con costrutti differenti e opponendosi ad esso grazie a una focalizzazione su sentimenti forti di rabbia, vendetta e frustrazione. Comune denominatore a tali emozioni è però sempre la disciplina: pregio acquisito da Sveta con fatica e determinazione.

Eppure, nonostante la devozione e l’impegno, un episodio specifico ed estremamente doloroso sconvolge l’equilibrio della ragazza. La consapevolezza di avere messo fine alla vita di un altro essere umano, seppur per autodifesa, la piomba in uno stato di mutismo dal quale verrà fuori soltanto a causa di un trauma ancor più violento. La giovane sa, forse mai tanto chiaramente come in quel momento, che un’arma è indispensabile per sopravvivere alla vita del Campo Speciale di Addestramento.

Ecco che, poeticamente, la lama che per prima le ha procurato una ferita sarà la medesima con cui seguiterà a difendersi.

Sveta vince il pugnale di Anton Anderson, strappandoselo dalla propria stessa carne e trasformandolo in uno strumento potente: un simbolo di vittoria per se stessa, un memento dell’umiliazione subita per Anton.

E per quanto Sveta conservi coscienza della temporanea supremazia acquisita, ella contemporaneamente è in grado di comprendere la portata della lama stessa come prolungamento di una sua azione letale.
Sveta capisce di responsabilità e scelte etiche, pagando un caro prezzo, quello forse di una frattura dell’anima.


Inverno e fondamenti

Starnutii, quindi aprii gli occhi. Per un attimo il bianco accecante del primo nevischio alzato dal vento mi riempì gli occhi, impedendomi di godere del panorama che avevo davanti e che conoscevo a memoria. Poi la sensazione di vuoto svanì, regalandomi solo un attimo di sollievo, perché mi resi conto immediatamente che il Maestro Daleko non mi era più accanto.
(“Nina – Io non sono te”, Parte seconda, Capitolo 2 – Il mio inverno)

Questo è uno dei capitoli fondamentali del libro. Una base salda sulla quale necessariamente appoggiarsi per tentare di capire la protagonista.

Sveta ha poco meno di undici anni, e si trova in un particolare periodo di transizione (comune a tutti i bambini) in cui nasce una sorta di ridimensionamento della realtà. Un periodo in cui le figure di riferimento smettono di apparire mitizzate e inarrivabili, ma per forza di cose vengono “contestualizzate”, portate a un livello nettamente più basso rispetto al piedistallo su cui erano state precedentemente collocate.

Gli eroi dell’infanzia non sono più tali e iniziano a suscitare i primi moti di delusione, pur senza aver messo in pratica azioni specificamente deludenti.
In questo caso particolare Daleko, invece, agirà in modo tale da suscitare in maniera netta una reazione nella creatura, nella sua allieva.

Egli l’abbandona, lasciandola sola e senza mezzi in una landa selvaggia e pericolosa, consapevole che da lì a qualche ora sarebbe sopraggiunta una bufera di neve.

La ragazzina, che fino a quel momento mai aveva mostrato mancanza di fiducia nel suo tutore e nei suoi metodi, sviluppa una rabbia violenta, latente, che le concederà di superare incolume quella notte, vincendo precisamente l’inverno: proprio come il suo Maestro aveva pronosticato e deciso per lei.

Daleko provoca consapevolmente un taglio netto nel loro rapporto, accettando l’eventuale astio che Sveta avrebbe successivamente sviluppato nei suoi confronti. Dal canto suo, la giovane non aspetterà di rimuginare, somatizzare, tenere dentro, ma imparerà a gestire (così come le era stato insegnato) la violenta rabbia nella quale pare cadere di nuovo, questa volta però con uno sguardo all’inverno che l’ha forgiata per secondo. Inverno che sul finir della trama tutta raggiungerà la sua “giusta collocazione”.

Al lettore perseverante il compito di scoprirlo.


Personaggi – Irina

La giovane guardava fuori dalla finestra come se aspettasse che il cielo, la natura o forse qualcosa che ancora non aveva scrutato come si deve, potessero suggerirle più giuste risposte. Era magra al limite del patologico, aveva i capelli del colore rossiccio della cannella e i lineamenti degli zigomi e della mascella molto marcati, sporgenti non solo per la conformazione fisica ma anche a causa dell’inedia.
(“Nina – Io non sono te”, Parte prima, Capitolo 9 – Riscatto)

Il primo impatto che il lettore ha con Irina non è positivo.

La giovane è prepotente, ostile, pronta solamente a provocare la nuova arrivata, Sveta, che valuta alla stregua dell’ennesima avversaria da battere, un fastidio che è meglio togliersi immediatamente.

È sempre troppo facile permettere alle sensazioni più amare di invadere il palato lasciandoci in bocca quel cattivo sapore da mandar giù, e impedendoci di dare la più corretta valutazione al piatto appena assaggiato. Sì, perché a smorzare l’amaro basterebbe un pizzico di sale, una seconda possibilità.

È per questo che ho deciso fortemente di dare al lettore la fondamentale seconda possibilità: scoprire Irina, capirne il carattere, imparare a giustificarne le azioni, solidarizzare.

Per quanto dura, la gigantessa rossa è giusta, possiede una (fin troppo) personale visione di cosa sia l’amicizia, la vicinanza di qualcuno, la fiducia nel prossimo. E lo dimostrerà con il tempo, mostrando a chiunque voglia darle ascolto pezzi di sé, frammenti del suo doloroso passato, piccoli spiragli di luce sulle sue azioni apparentemente ingiustificabili.

L’affetto per questo mio personaggio è nato inaspettato e fortissimo, e quanto più ho potuto scavare nell’intento di portare a galla il suo più autetico essere, tanto allora ho provato stima, vicinanza, voglia di scriverne ancora.

È drammatico ciò che ella deve vivere, a cosa deve sopravvivere e a quale prezzo, eppur mi dico che se non fossi stata tanto cinica probabilmente il sapore di questo personaggio non sarebbe arrivato così forte, non avrebbe convinto anche i più scettici. Ci sarà modo e tempo di raccontare del crudele destino che l’ha accolta fin da giovanissima, e la speranza è sempre quella di riuscire a infondere anche solo la metà del rispetto che io per prima sento per lei.


Due sono le facce della medaglia

Nonostante la struttura ospitasse persone pronte a uccidere, e istigasse a reprimere sentimenti di umana compassione, essa offriva paradossalmente agli allievi anche un contesto eterogeneo ricco di una fiorente biodiversità, grazie a cui arricchire il proprio spirito.
(“Nina – Io non sono te, Parte prima, Capitolo 6 – L’Artigiano)

Dicotomia.
Sinfonia che fa da sottofondo al contenuto dell’intero testo. Ne si colgono dettagli e sfumature nella scelta di rendere le personalità predominanti come composte da una necessaria dualità: nelle azioni, nelle intenzioni, ma anche nella crescita.

E così anche il contesto, l’ambientazione.
Gli stimoli che il lettore riceve sono definiti attraverso due canali completamente diversi: da un lato la cruda e grigia realtà del Campo Speciale, i volti disperati, l’angoscia che esso suscita, la fatica, i musi duri, la frustrazione, la stanchezza; dall’altro una natura rigogliosa, colorata, viva, che esiste nonostante tutto, e a prescindere dalle brutture che ospita.

Con l’andare dell’opera si avrà modo di incontrarne altre, nuove, diverse, ma comunque sempre in sintonia con l’intera trama e con il messaggio che sto tentando di far passare: accettare il buio vuol dire ammettere come assoluta l’esistenza della luce.
In ogni cosa.
In se stessi.


Correre il rischio

«Sveta, cazzo! Il salto del Passo, quello che c’è alle spalle della Sala delle Udienze, riesci a focalizzare? L’avvallamento pieno d’acqua gelida largo circa otto metri e lungo venticinque, profondo forse tre, oltre il quale c’è solo lo strapiombo collinare»
(“Nina – Io non sono te”, Parte prima, Capitolo 7 – Profondità)

Sveta nasce sicura di sé. Viene inoltre formata sì da ricevere prepotenti spunti (sia fisici che psicologici) utili a rafforzare la propria natura di leader.

È giovane, ha una forma fisica pronta ed elastica, e possiede una più che alta predisposizione al rischio. Quest’ultima emerge come una necessità con la quale ella tenta (a volte anche invano) di ricacciare l’esternazione di ogni altro sentimento negativo, sentimento che pare affiorare in lei in tutte le circostanze in cui sente uno stato di frustrazione più alto del dovuto. E così si mette in pericolo volontariamente, spingendo più in là i propri limiti in tutte le occasioni in cui sente di potere averla vinta.

Il salto di Passo Glubokiy sarà una delle prove che la vedrà impegnata durante il secondo anno nel Campo Speciale di Addestramento. Una prova di “metà percorso” impostale non da organismi ufficiali, ma da una organizzazione sottostante clandestina che non vorrà altro che scommettere sulla sua morte per poter recuperare fino all’ultimo centesimo perso fino ad allora.

Gli allibratori sono attivi e pronti a raccogliere le puntate di chiunque voglia scommettere.
Chi ne seguirà le vicende saprà certamente a chi dar ragione.


Personaggi – Anton Anderson

«Bene, Anderson,Se è d’accordo, la riaccompagnerei al Campo, e nel frattempo le spiegherei anche cosa intendo per sabotaggio.»
«Sabotaggio, Signore?»
«Non erano queste le sue intenzioni, Anderson? Non è qui per sabotare il percorso della Evanescente Sveta, numero di matricola nove-nove-nove, quella che si fa chiamare Nochnaya Pantera?»

(“Nina – Io non sono te”, Parte prima, Capitolo 8 – Servilismo)

Anton Anderson è un meschino. È un debole frustrato che adotterebbe qualunque stratagemma per annichilire Sveta. Un comportamento deprecabile messo in atto sol perché quest’ultima incarna valori che lui stesso non possiede.

Lei è più forte, più agile, più coraggiosa, più bella… e per possederla, questo spregevole piccolo uomo non potrà fare altro che strisciare viscido imboccando le più basse vie.

Eccolo, quindi, incontrare un losco figuro dalle non ben chiare possibilità, e accordarsi con questi per tentare una ennesima via di sabotaggio ai danni della giovane Nochaya Pantera.

Al lettore attento ogni altro dettaglio.


Daleko, il Maestro

In ottant’anni le Ombre Oscure nominate per merito non avevano superato la decina di unità, mentre vi era traccia di un solo uomo riuscito a concludere i tre anni di addestramento allo scoccare del proprio ventesimo anno di vita: l’Ombra Oscura Daleko.
(“Nina – Io non sono te”, Parte Prima, Capitolo 12 – Quello che sei per me)

Daleko è mito e dannazione.

L’uomo dei misteri, che troppo spesso rasenta il cliché in quest’opera… e me ne rendo conto amaramente, ogni volta che faccio a pugni con il mio pubblico.

La verità è che, come lui stesso sosterrebbe, bisogna cercare la propria soluzione: non tutto ciò che è stato mostrato rispecchia effettivamente la realtà di questo immenso personaggio. Si sta ancora grattando la superficie, e nonostante le premesse buonine posso affermare con cognizione che l’Ombra Oscura di più alto grado saprà come scardinare ogni più piccola certezza.

Subdolo, forse?
Chi? L’autore o il maestro? O tutti e due?

Ho spremuto le meningi fino all’ultimo per riuscire a modellare una caratterizzazione pregevole, ma anche ambigua, di polso, eppure drammaticamente fumosa. La fatica è stata ripagata, perché ogni volta che abbraccio le mie creazioni mi sento protetta, al sicuro, certa di essermi incanalata sul sentiero più giusto.

E me lo dicono loro, altrimenti nemmeno saprei come arrivarci!

Daleko è il buio e la luce, è la densità e la profondità insieme: ma è anche la paura della mente, la rinuncia alla vita, l’abnegazione a una causa troppo grande e nulla più.

È il mio personaggio più triste, e assieme a lui e per lui piango spesso.

Mi auguro sappia entrarvi sotto pelle, così come ha fatto con me.


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