Intima personalità

Se è vero che l’hai scritto, allora è vero che lo sei.

Accade così tanto spesso che ormai nemmeno ci facciamo più caso.
E non ci facciamo più caso perché diversamente diventerebbe una malattia.

Mi riferisco alla semplicità con cui il prossimo mira a delineare il nostro modo di vedere le cose, la nostra personalità e noi, senza effettivamente conoscerci sul serio. Ci rinchiude in cluster definiti (quasi fossimo antichi souvenir raccolti forse in Provenza o chissà dove che, presa troppa polvere, vanno messi in scatola e poi in cantina), etichettati aleatoriamente secondo i più superficiali canoni personali.

Perciò va da sé che se sei una donna e scrivi, allora vuol dire che produci romanzi rosa. Se malauguratamente sei davvero una donna, accade ti leggano, e ancor peggio dai tuoi scritti emerge un genere cupo, nero, che tratta tematiche psicologiche profonde e deviate, allora allora… beh, allora vuol dire che hai avuto gravi problemi, che il tuo passato non è stato lieve e trasparente, che forse devi essertela passata male per essere riuscita a descrivere quelle turbe mentali tanto bene.

Che dire allora degli omicidi che a sangue freddo e premeditatamente Agatha Christie ha saputo sceneggiare nelle sue opere? Vogliamo parlare delle truci brutalità che solo un re come Stephen King è stato capace di mettere in prosa? Non verrete a dirmi che J.K. Rowling soffre di schizofrenia, se è stata in grado di inventarsi un mondo nuovo pieno di esseri umani che volano sulle scope!
Questi grandi autori saranno mica biasimati o, peggio, etichettati come folli perversi, psicopatici malati e sociopatici autogestiti?

Quindi facciamo un passo indietro.
Sono una donna.
Scrivo.
Ho avuto un’infanzia serena, in stile Giorgie che corre felice sul prato.
L’adolescenza, oddio, quella un po’ tutti ce l’hanno travagliata, suppongo si autodefinisca tale.
Tutto sommato ho trovato un compagno che mi ama per quel che sono (sic!).
Quindi scrivo.
E sono una donna, sempre quella.

Contemporaneamente però ho imparato a osservare quel che c’è sempre stato intorno a me, a empatizzare con le modalità di condivisione altrui. Più che altro, con tutte le mie forze ho desiderato capire i caratteri così tanto lontani dal mio, e le ragioni per cui scelte che io mai avrei operato potessero divenire la via prediletta di tutti coloro che non erano simili a me.

Mi sono immedesimata. Ho tentato la via della supposizione, nel frattempo un po’ di libri e studi scientifici sulla psicologia mi hanno instradata per bene, e alla fine mi sono lanciata: ho inventato una storia, personaggi e persone, provando a darmi fiducia.
Nutro la speranza di esserci riuscita, o quantomeno di aver perseverato nel tentativo.

Come si affronta quindi il prossimo?
Perché c’è ancora tanto pregiudizio?
E quali sono le strategie per concedere (e concedersi) comprensione?

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